Il poema errante

 

Nell’Odissea prevale il tema del nostos, il ritorno in patria. Nella Divina Commedia il ritorno a Dio. In entrambi i casi si tratta di recuperare qualcosa di perduto (il passato, la fede). Il fine dei due poemi è dunque la riconciliazione e il ristabilimento di un ordine. L’Orlando furioso è invece un poema aperto, dunque senza ordine. Basti pensare che il capolavoro di Ariosto si rifiuta di cominciare – in quanto “gionta” dell’Orlando innamorato di Boiardo – e si rifiuta di finire – è infatti incompiuto data la morte prematura dell’autore ad un anno dalla terza pubblicazione del 1532. Dalla prima edizione del 1516 fino all’ultima il poeta ferrarese lavora febbrilmente alla sua opera intervenendo sulla lingua, sulla versificazione e aggiungendo episodi nuovi nei canti centrali. Il metodo che Ariosto ha seguito è proprio la ricerca di questa dilatazione dall’interno, creando episodi da episodi, nuove simmetrie e nuovi contrasti.

L’Orlando furioso preconizza la nascita del romanzo moderno. È un’enciclopedia aperta in cui ogni cosa, ogni evento è messo in discussione. Persino il metro utilizzato, l’ottava, presenta una notevole discontinuità ritmica: ai sei versi legati da una coppia di rime alterne succedono i due versi a rima baciata, con un effetto di brusco mutamento che Ariosto impiega per cambiare registro stilistico o per introdurre una nuova storia, come fa in questo caso: “Segue Rinaldo, e d’ira si distrugge: ma seguitiamo Angelica che fugge.”.

Questo procedere a zig zag di ciascun personaggio, come se fossero delle pedine su un’infinita scacchiera, non si saprebbe meglio condensare nell’immagine più rappresentativa dell’intera opera data dal castello incantato del mago Atlante: tutti entrano nel palazzo, attratti dalla visione d’una donna amata, d’un nemico irraggiungibile, d’un cavallo rubato, d’un oggetto perduto, ma appena vi sopraggiungono esso svanisce e si è costretti inevitabilmente a riuscire. E la ricerca riparte di nuovo…

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Ma cosa raccontano i 46 canti? Sullo sfondo della guerra tra Carlo Magno e il re d’Africa Agramante, si svolgono essenzialmente due trame: la prima racconta come Orlando divenne, da innamorato sfortunato di Angelica, matto furioso, e come le armate francesi, a causa della perdita del loro combattente più valoroso, rischiarono di perdere la Francia, e di come Astolfo sull’ippogrifo si recò sulla Luna per recuperare il senno di Orlando. Parallela a questa storia c’è quella degli amori di Ruggiero, campione del campo saraceno, e della guerriera cristiana Bradamante, e di tutti gli ostacoli che si frappongono al loro destino nuziale. Da queste due storie se ne ramificano altre secondo la tecnica dell’ “entrelacement”, ossia del perdere il filo di una narrazione per cominciare a tessere il filo di un’altra, che, una volta terminata, cederà il passo a quella inizialmente interrotta.

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Le donne, i cavalieri, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese” popolano il mondo ariostesco, una visione del mondo quasi anacronistica ( quello medioevale delle corti, della Chanson Rolande, dei cicli bretoni) che scricchiola sotto il peso di una nuova. L’ironia tra passato e presente domina tutto il poema e si esprime attraverso una forza demistificatoria potentissima sia per i desideri (le “quêtes”) da cui i personaggi sono animati, sia nei riguardi del potere politico e religioso. Ariosto cerca quasi disperatamente di ritagliarsi uno spazio di libertà e in questo modo insegna che non esiste un’unica prospettiva sulla realtà. I continui inseguimenti che si succedono evocano una ricerca continua, un desiderio come mancanza incolmabile che costringe gli uomini a rimanere eterni cercatori.

Di Paolo Garrubba

Marco Riccioni, orgoglio teramano: Scudetto a Calvisano, la Nazionale e il futuro a Treviso

Un colosso dal cuore buono: questo è per chi lo conosce Marco Riccioni, teramano classe ’97 e capitano dell’Italrugby u20.

E’stato un anno speciale, per il pilone di Madonna delle Grazie: prima lo Scudetto d’Eccellenza a Calvisano, poi la Nazionale – da capitano – e la firma con la Benetton Treviso, per giocare nella prestigiosa Pro 12, lega di caratura europea. Un destino che sapeva sarebbe arrivato a bussare alla sua porta; perché l’ha aspettato forte del suo talento, del suo lavoro e dell’affetto dei suoi cari. Tra cui merita una menzione il suo rottweiler, Tyson.

Andiamo in ordine cronologico: lo Scudetto a Calvisano.

Parliamo di un piccolo centro in provincia di Brescia, profonda Padania, industriale e vicina allo sport. Qui il Rugby è la massima espressione del paese, e Marco per loro ha sempre avuto parole d’affetto.

Jdf Che tipo di cammino è stato? Potevate aspettarvi la vittoria?

Mr “Un cammino assurdo, 19 vittorie su 21 è tanta roba: Abbiamo avuto alti e bassi, e le difficoltà ci sono servite per creare un gruppo di amici, prima che di compagni di squadra; in una finale non ti aspetti mai di vincere, hai voglia ma è una partita a sé, non sai cosa potrà succedere. Eravamo anche sotto subito 12-0: ho pensato subito alla finale dell’anno scorso, persa a Rovigo di 7 punti. Poi però siamo usciti, e quest’anno, quando abbiamo fatto il nostro gioco, non ci ha fermato nessuno”. 

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In azione con la maglia del Calvisano

Jdf Parti da lontano, da L’Aquila all’Accademia a Roma fino a Calvisano: cosa ricordi di queste esperienze e quanto ti hanno aiutato a crescere in fretta?

Mr “Sì, parto da lontano: andare via di casa a 15 anni non è mai facile. Le esperienze sono tante, posso dire che la maggior parte delle persone, come Antonio Colella e Fabio Andreassi, che ho incontrato mi hanno fatto crescere sia come sportivo che come persona; è stato stimolante dover badare a me stesso da subito e mi è servito tanto”.

Si parla poi del Mondiale in Georgia, concluso dagli azzurrini per la prima volta all’ottavo posto, con tanto di vittoria sull’Irlanda:

Jdf Cosa significa la Maglia Azzurra?

Mr E’ quello che tutti i ragazzi vorrebbero indossare; è un onore e allo stesso tempo porta molte responsabilità: in campo rappresenti l’Italia, non solo un club. Nonostante i ruoli, nonostante tutto quella maglia è un compito difficile, ma l’emozione è enorme, non si può descrivere cosa provi quando canti l’Inno e scendi in campo a difendere quella maglia“.

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Jdf Che mondiale è stato?

Mr “Partivamo come sfavoriti, non potevamo pensare a questo risultato. Poi si è visto tutto il lavoro individuale fatto dopo il 6 Nazioni; abbiamo fatto quattro mete agli All Blacks, ci siamo riusciti solo noi e la Francia, c’è stata in seguito molta sfortuna nelle due gare perse di un punto, tra cui la Scozia. Ci è andata bene che il SudAfrica abbia vinto largamente contro l’Argentina. Molti possono pensare che abbiamo avuto fortuna, ma siamo usciti dal girone con sei punti, e non fosse stato per questo non ci saremmo giocati gli spareggi per il quinto posto”.

“Quando abbiamo fatto il nostro gioco non ci ha fermato nessuno; a Treviso per imparare, La Nazionale emozione unica”

Jdf Treviso è un grande passo?

Mr “Decisamente, giocherò con gente che guardavo in tv da piccolo: è un grande stimolo e non vedo l’ora di iniziare; so che dovrò lavorare molto. Spero di trovare un ambiente tranquillo come a Calvisano, troverò gente come Zanni e Gori, da cui potrò solo imparare e che ha fatto tanto per il nostro rugby.  Treviso ha creato un gruppo molto solido, ma l’ultima parola spetterà al campo”. 

Qui potete apprezzare qualche highlight in Nazionale.

Jdf Pensi che il rugby potrà mai essere importante a Teramo?

Mr  “Innanzitutto bisogna eliminare lo stereotipo che sia uno sport violento e che ci si faccia male per forza, da parte dei genitori. Come tutte le città, Teramo ha i suoi sport che sono calcio e basket, non so se il rugby potrà mai diventare importante. Poi c’è gente come Ilene e Paolo Vetrini, o Domenico Tudini: è grazie a loro che a Teramo si è cominciato a parlare di rugby, e ne sono felice”.

 

Il Cavaliere alla Riscossa

Le elezioni di ieri hanno decretato il rilancio politico del centrodestra. Ciò,  in realtà, non sorprende particolarmente; storicamente, in Italia, quando Berlusconi e co. presentano liste capaci di unire la maggior parte del mondo politico di destra vincono, con margini anche importanti.

Nascono due considerazioni: 1-Questo stivale è un paese tendenzialmente destrorso. 2-È vero che il M5S ha “rubato” voti, al Pd, ma è anche vero che il Pd ha, a sua volta, ha preso molti voti all’ex asse Forza Italia-Lega. Effettivamente dal 2011 ad oggi il centro-sinistra, anche se si è visto lentamente superare dai grillini, è rimasto costantemente intorno al 25-30%.

Probabilmente una serie di fattori come la momentanea abdicazione del cavaliere a favore di Renzi e la conseguente scelta dello stesso Renzi di impostare la sua politica di governo verso scelte più di destra, hanno portato molti sostenitori delusi dal Pd verso i 5 Stelle, ma anche molti sostenitori spaesati di Forza Italia verso Pd e Lega.

Il centro-destra dalla caduta del cavaliere ha toccato il fondo, con il Pdl scissosi in più partiti tra Alfano, Meloni ecc. Forza Italia privata del suo leader è arrivata al 15% nei sondaggi e per avere ancora un ruolo politico è dovuta scendere a patti con il Pd (il patto del Nazareno per intenderci). In questi anni,quindi, ci si è concentrati sul dualismo Pd-M5S dando ormai per finito il centrodestra.

Oggi però è cambiato qualcosa; oggi il cavaliere è risceso in campo mettendoci la faccia. È riuscito, come sempre, a ricongiungere tutto il centro-destra e a vincere lì dove in questi ultimi anni è stato il Pd a vincere, lanciando un segnale forte e chiaro, vuole riprendere uno ad uno tutti voti “prestati” alla suo omologo del Pd.

In tutto questo il movimento di Grillo ha fatto quello che poteva a livello locale dopo la totale debacle della raggi a Roma. Il M5S dimostra ormai il suo interessamento incentrato totalmente al governo nazionale. 

In ottica delle (vicine?) elezioni politiche chi deve stare più attento è, in realtà, il Pd; con FI che sta riconquistando i propri voti e il M5S visto dai più come unica forza che poropone idee di sinistra, potrebbe perdere gran parte del bacino di voti che l’hanno portato primo ai sondaggi in questi anni. Data, inoltre, la tendenza bipartitica del paese, non è cosi lontana l’ipotesi di un ribaltamento tale da portare FI e Pd a scambiarsi le posizioni.

Ora sta tutto in mano a Renzi, o guarderà i faccia la realtà rendendosi conto che giorno dopo giorno con la sua comunicazione e le sue scelte perde una parte considerevole di voti, o affonderà fino ad un possibile totale tracollo.

L’Ultimo Imperatore

Grazie Roma, grazie a mamma e papà, grazie a mio fratello, ai miei parenti, ai miei amici. Grazie a mia moglie e ai miei tre figli. Ho voluto iniziare dalla fine, dai saluti, perché non so se riuscirò a leggere queste poche righe. È impossibile raccontare ventotto anni di storia in poche frasi.

Mi piacerebbe farlo con una canzone o una poesia, ma io non sono capace di scriverle e ho cercato, in questi anni, di esprimermi attraverso i miei piedi, con i quali mi viene tutto più semplice, sin da bambino. A proposito, sapete quale era il mio giocattolo preferito? Il pallone ovviamente! E lo è ancora. Ma a un certo punto della vita si diventa grandi, così mi hanno detto e cosi il tempo ha deciso.

Maledetto tempo. È lo stesso tempo che quel 17 giugno 2001 avremmo voluto passasse in fretta: non vedevamo l’ora di sentire l’arbitro fischiare tre volte. Mi viene ancora la pelle d’oca a ripensarci. Oggi questo tempo è venuto a bussare sulla mia spalla dicendomi: “Dobbiamo crescere, da domani sarai grande, levati i pantaloncini e gli scarpini, perché tu da oggi sei un uomo e non potrai più sentire l’odore dell’erba così da vicino, il sole in faccia mentre corri verso la porta avversaria, l’adrenalina che ti consuma e la soddisfazione di esultare.

Mi sono chiesto in questi mesi perché mi stiano svegliando da questo sogno. Avete presente quando siete bambini e state sognando qualcosa di bello… e vostra madre vi sveglia per andare a scuola mentre voi volete continuare a dormire…e provate a riprendere il filo di quella storia ma non ci si riesce mai… Stavolta non era un sogno ma la realtà.

E adesso non posso più riprenderlo, il filo. Io voglio dedicare questa lettera a tutti voi, ai bambini che hanno tifato per me, a quelli di ieri che ormai sono cresciuti e forse sono diventati padri e a quelli di oggi che magari gridano “Tottigol”. Mi piace pensare che la mia carriera diventi per voi una favola da raccontare. Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta. La piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai 

Scusatemi se in questo periodo non ho rilasciato interviste e chiarito i miei pensieri, ma spegnere la luce non è facile. Adesso ho paura. E non è la stessa che si prova di fronte alla porta quando devi segnare un calcio di rigore. Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà “dopo”. Concedetemi un po’ di paura. Questa volta sono io che ho bisogno di voi e del vostro calore, quello che mi avete sempre dimostrato. Con il vostro affetto riuscirò a voltare pagina e a buttarmi in una nuova avventura.

Ora è il momento di ringraziare tutti i compagni di squadra, i tecnici, i dirigenti, i presidenti, tutte le persone che hanno lavorato accanto a me in questi anni. I tifosi e la Curva Sud, un riferimento per noi romani e romanisti. Nascere romani e romanisti è un privilegio, fare il capitano di questa squadra è stato un onore. Siete e sarete sempre la mia vita: smetterò di emozionarvi con i piedi ma il mio cuore sarà sempre lì con voi. Ora scendo le scale, entro nello spogliatoio che mi ha accolto che ero un bambino e che lascio adesso, che sono un uomo.

Sono orgoglioso e felice di avervi dato ventotto anni di amore.

Vi Amo.

Così, ha salutato il suo popolo nell’ultima domenica di venerazione. Qualcosa di mai visto, probabilmente possibile solo a Roma e solo per Er Pupone, che purtroppo per noi è diventato uomo.

Padre Tempo, proprio lui. Ma questo è il Cerchio della Vita, come ha ricordato anche la magistrale colonna sonora dell’Olimpico in seguito a We Are Free del Gladiatore, mentre Francesco si avviava con i suoi amori – la famiglia e la n.10 giallorossa – verso i Campi Elisi.

Il Viaggio: Porta Metronia

bimbo d oro

“S’iniziava sempre co’ palla o regazzino. Ma dopo dieci minuti qualcuno diceva sempre “No, cambiamo ‘e squadre er ragazzino è troppo forte”

Per strada, come tutti noi. Questo è stato l’inizio di Francesco, fino ad arrivare alla Lodigiani e al corteggiamento dell’Aquila e della Lupa. Mai avuto dubbi, né lui né la famiglia; così dalla Curva Sud ha cominciato ad avvicinarsi al rettangolo verde, facendo il raccattapalle e sognando sempre lei, la 10.

Perché prima che un calciatore e un dio, Totti è sempre stato un artista. E per scolpire il suo Apollo e Dafne, per scrivere la sua Divina Commedia, doveva restare con la sua gente. Doveva lottare, per la sua gente. E l’ha fatto, ricevendo in cambio libertà d’inventare, di esprimersi in maniera non sempre esemplare, e soprattutto amore incondizionato.

Dall’esordio all’incoronazione

Gli inizi con Carlo Mazzone, romano come lui, l’esplosione col Maestro Zeman. La Nazionale è un passo obbligato e rapido: nel 2000, mentre Aldo Giovanni e Giacomo si consacrano con Chiedimi se Sono Felice arriva il primo, indimenticabile cucchiaio a Van Der Sar che causò un principio d’infarto a Paolo Maldini:

“Mo je faccio er cucchiaio”

“Francesco sei impazzito?!”

“Se, se, je faccio er cucchiaio…”

Grazie soprattutto alle parate di Toldo, l’Italia vola in finale ad Amsterdam dove ci gelerà il golden gol di Trezeguet.

E’ probabilmente il momento più vivo della carriera di Francesco.

Ha una squadra stellare guidata da Capello e un Olimpico che dopo decenni è tornato a sognare, con Antonioli, Cafu, Candela e il tridente magico che si completa con l’aeroplanino Montella e Bati-gol.

15 gol, e quello decisivo per chiudere i conti contro il Parma, prima dell’invasione di campo e del terzo Scudetto giallorosso.

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Scudetto da Capitano, ma Totti è uno a cui non devi guardare la bacheca, lo offenderesti: se avesse ceduto alle sirene della Champions di Milan e Real Madrid, avrebbe vinto tutto e forse anche un Pallone d’Oro. Ma così non è stato, perché Francesco è Roma, quella Roma popolare, che si è ritrovata per festeggiare con Venditti al Circo Massimo.

Quella Roma non interessata ai confronti, perché forte della sua indole orgogliosa e ironica, convinta che la sua storia sia eternamente impareggiabile, gioiosa e vogliosa di vivere, che si sente perfetta e inamovibile lì dov’è nata. Eternamente innamorata di una Città spesso incomprensibile agli stessi romani, ma che non può essere sostituita da nessun’altra bellezza, storia, ingaggio o palmarès.

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Le Rivalità: Lazio e Juventus

La Roma va evolvendosi, e nasce l’amicizia con Fantantonio Cassano: i due hanno estro dentro e fuori dal campo, ma per motivi sconosciuti uniti alla partenza del Pibe de Bari verso il Bèrnabeu, si allontanano l’uno dall’altro.

Nel 2004 assistiamo ad uno dei gesti di culto del Capitano: 4-0 e a casa, riferito ad un lamentoso Igor Tudor dopo la storica vittoria della Lupa contro la Juventus.

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Da romanista vero, non ha mai avuto un grande rapporto con i bianconeri. Oltre alle grandi battaglie – per dovere di cronaca spesso vinte dai torinesi – Francesco, sente la differenza tra la sua Roma, non vincente come le tre grandi del Nord ma con grande appartenenza territoriale e la Juve, squadra dell’italiano normale. E come tutti i rivali dopo calciopoli, sentiva di essere creditore della Juve, come si può notare anche dalla celebre dichiarazione “Dovrebbero fare un campionato a parte”. Tuttavia, da grande campione qual è, i suoi gol contro gli amici Del Piero e Buffon li ha sempre fatti:

 

Contro la Lazio invece, era semplicemente la sua apoteosi. Recordman di presenze e di gol (11) nel derby, selfie, maglie celebrative. Portava il suo essere giallorosso sul palcoscenico più importante della Capitale, come suo solito lo faceva divinamente: sprezzante cattivo, orgoglioso, mai domo; e sempre più spettacolare.

Il 26 maggio ha mancato l’ultima, grande gioia, perché la Coppa Italia l’hanno alzata Lulic e compagni. Di certo la sua carriera non può essere inficiata da questo, anche se da tifoso il rimpianto gli resterà sempre. Finchè magari non rivede questo.

 

Il Mondiale e le battaglie con Zanetti.

Dopo aver recuperato miracolosamente da una rottura alla caviglia, Il Nostro riesce a involarsi verso la Germania insieme a un giovane De Rossi per i Mondiali 2006. Il calcio azzurro è ancora stordito dalle rovine di calciopoli, ma Lippi riesce a fare quadrato e una generazione fenomenale con un luglio epico riesce ad arrivare nell’Olimpo che le spettava e a far rinascere la vera passione per il calcio nel Belpaese.

Totti non riesce a brillare come avrebbe voluto nell’ultimo giro con la 10 azzurra, ed era prevedibile. Ma fornisce comunque prestazioni da campione vero, e mentre tutti indietreggiano al 92′ contro l’Australia, lui va a prendere l’Adidas. Lo poggia con cura, e vede oltre la rete la Penisola che esplode, dopo un ottavo di finale fin troppo sofferto.

 

Festeggia un’altra volta al Circo Massimo, stavolta con tutta la Nazione e con Seven Nation Army nella testa di tutti noi; per giustizia divina vince ancora un trofeo di quelli storici.

Siamo ai 30 anni, e vuole fare ancora tanto per la Roma. Nel 2007 dice addio alla Nazionale, con Berlino nel cuore e di sicuro qualche rimpianto. La Roma può di nuovo competere per lo Scudetto, ma il dominio dell’Inter è indiscutibile.

Nel 2008 si arriva all’ultima giornata con i Nerazzurri a più 1; la Roma va a Catania e l’Inter a Parma, ed entrambe devono salvarsi. I giallorossi vanno in vantaggio, mentre al Tardini Materazzi e compagni soffrono per l’assenza di Ibrahimovic. All’ingresso dello svedese però tutto cambia, doppietta in 10 minuti e terzo scudetto consecutivo per i meneghini.

Due anni dopo la storia sembra ripetersi, e la vittoria in casa per 2-1 con reti di De Rossi e Toni nello scontro diretto ha tutta l’aria di essere decisiva per riportare lo Scudetto nella Capitale. 

Ma la sconfitta interna contro la Samp per mano di Cassano e Pazzini – storica Champions per i blucerchiati – insieme al gol di Milito a Siena consegnano al Biscione il Triplete, e a Totti un altro secondo posto.

In questo periodo comunque la Roma porta a casa due Coppe Italia – 2007-08 – entrambe contro l’Inter. Nella prima il gol d’apertura del clamoroso 6-2 dell’andata non poteva che essere suo:

 

La maturità

Francesco non si lascia molto bene con Spalletti e Ranieri, certo i risultati non aiutarono. Col tempo impara anche a sopportare la panchina, a stare in silenzio – fin quando riesce – per il bene supremo della Roma. Continua però ad essere decisivo, come l’anno scorso per la qualificazione in Champions segnando gol pesanti negli ultimi due mesi, come la doppietta al Torino in quattro minuti.

E come non menzionare l’ultima perla continentale, quella al Manchester City che l’ha fatto diventare il giocatore più anziano a segnare tra le stelle europee.

 

E dopo un anno in cui ha capito che il suo apporto alla causa Roma non poteva più essere decisivo, ha deciso di lasciare. Anzi, il tempo l’ha costretto a lasciare.

E torniamo all’inizio, alla lettera con cui ha indirizzato per un’ultima volta il suo popolo.

E’impossibile raccontare Totti, questo vuole essere solo un piccolo tributo. Totti va vissuto, o al massimo raccontato di padre in figlio come una favola epica e immortale.

Perché questo è stato. Il ragazzino talentuoso col cuore giallorosso, che diventa uomo insieme alla sua gente e passa dai momenti difficili a quelli di tripudio vero. Dimostrando che è possibile avere una sola Maglia, se è quella della tua Città, se è quella che ami.

Da oggi, quando ascolterete We Are Free, non potrete che dedicargli un pensiero. Al gladiatore che con lealtà è diventato Imperatore. L’Ultimo Imperatore di Roma, e di certo il più amato.

Ave Francè, Itali te Salutant.

Il papa dantista immeritatamente dimenticato

La lettera enciclica In Praeclara Summorum fu pubblicata il 30 aprile di novantasei anni fa esatti. La figura del suo autore, Benedetto XV, il 257° successore di San Pietro, è misconosciuta e dimenticata, forse perché quasi schiacciata fra quella di San Pio X e quella di Pio XI, il papa dei Patti Lateranensi.

Al secolo Giacomo DELLA CHIESA, il Nostro nacque nel 1854 a Pegli di Genova da un’antica famiglia aristocratica, discendente da schiatte ancor più nobili, genitrici del marchese Berengario II d’Ivrea, di un papa medievale, Callisto II, e di altre illustri personalità, ecclesiastiche e non. Studiò la giurisprudenza, laureandovisi nel 1875, poi entrò in seminario a Genova, quindi si trasferì a Roma, dove si formò teologicamente e diplomaticamente al Collegio Capranica ed alla Pontificia Università Gregoriana. Ordinato sacerdote nel 1878, diplomatico ecclesiastico, servì presso la segreteria della Santa Sede, alle dipendenze di due capi del corpo diplomatico papale, dapprima il Rampolla del Tindaro, durante il pontificato di Leone XIII PECCI, poi il Merry del Val, Cardinale Segretario di Stato di Pio X SARTO. Proprio quest’ultimo, al quale il Della Chiesa era inviso, lo allontanò dal Vaticano, eleggendolo arcivescovo di Bologna nel 1907; sette anni più tardi, gli impose la berretta cardinalizia.

Il Cardinal Della Chiesa indossava la porpora da soli tre mesi, quando il conclave, morto Pio X, lo elesse Sommo Pontefice. Fu così che assunse il nome di Benedetto XV, in omaggio a Benedetto XIV LAMBERTINI, il quale lo precedette, nel Settecento, sia sulla cattedra di San Petronio, a Bologna, sia su quella di San Pietro, a Roma.

La Grande Guerra era scoppiata qualche settimana prima. Fin da subito, il pontefice appena incoronato si spese per invitare le nazioni alla cessazione delle ostilità ed alla pace. Inascoltato per anni, anche a causa delle conseguenze dell’isolazionismo diplomatico perpetrato dal suo predecessore sul Soglio petrino, nel 1917 formulò la celeberrima “Nota di pace”, indirizzata a tutti i responsabili delle nazioni coinvolte nel conflitto mondiale, il “suicidio dell’Europa” (come ebbe a definirlo), e volta a scongiurare più nefaste carneficine, il tracollo dell’ultima grande potenza cattolica europea (l’Impero asburgico) e l’intervento bellico degli Stati Uniti d’America. Anche questo tentativo, però, non fu apprezzato dagli interessati: i belligeranti vi si opposero, con Woodrow WILSON che non nascose il suo disprezzo per il papa, il quale in Francia fu accusato di essere filo-tedesco, in Germania fu tacciato di essere filo-francese e in Italia fu rinominato Maledetto XV. Quindici mesi più tardi, la guerra si concluse, e allora il pontefice si impegnò per la ricostruzione spirituale, civile e materiale dell’Europa cattolica.

Si devono a Benedetto XV: la promulgazione, avvenuta nel 1917, del Codice di diritto canonico, riformato solo nel 1983; la canonizzazione, nel 1920, di Giovanna d’Arco, dichiarata patrona di Francia, e di Gabriele dell’Addolorata, eletto, poi, patrono della gioventù cattolica italiana da Pio XI e dell’Abruzzo da Giovanni XXIII; la rivitalizzazione dell’attività missionaria cattolica nel mondo; l’esortazione ai cattolici italiani a partecipare all’attività politica con il Partito Popolare Italiano di don Luigi STURZO, fondato nel 1919.

In continuità con Papa Sarto, proseguì la persecuzione del modernismo, tant’è vero che pose alla guida del Sant’Uffizio il Cardinal Merry del Val, già Segretario di Stato, come già detto, di Pio X, e riorganizzò la Sapinière, organo di spionaggio vaticano in funzione anti-modernista.

Benedetto XV fu un insigne dantista: come anticipato nell’apertura di questo scritto, egli compose l’enciclica In Praeclara Summorum, rivolta ai “diletti figli professori ed alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico in occasione del VI centenario della morte di Dante Alighieri”, pubblicata il 30 aprile 1921.

Morì di broncopolmonite il 22 gennaio 1922, a neanche sessantotto anni.

Dimenticato dai più, il suo fu un glorioso pontificato, seppur breve e sofferto. Anzi, si può dire che fu un glorioso pontificato proprio perché sofferto e colmo di tribolazioni.

Federico GARGANO

Where Big Happens: NBA Playoffs

Earvin “Magic” Johnson, miglior playmaker di tutti i tempi, che vince il suo primo titolo giocando la notte decisiva da centro. 

Michael Jordan, His Airness, che dopo un’intossicazione alimentare – la leggenda narra di un pizzaiolo mormone e vero tifoso dei Jazz – e gioca, in una condizione fisica incomprensibile la Flu Game, decisiva per i suoi imbattibili Bulls.

Damian Lillard, che dopo anni da sottovalutato elimina i presuntuosi Rockets di James Harden – il cambio spirituale ha portato ai risultati che stiamo vedendo – e Dwight Howard, ormai perso nei meandri della sua schiena e della sua parte non troppo guerriera.

“Ci sono Socrate, Platone e Aristotele (Nash, Gasol e Bryant) che discutono dei massimi sistemi. Poi c’è Scooby Doo (Howard), che gioca coi Lego”.

Avv. Federico Buffa sui Lakers, Anno Domini 2012

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Papa Sarto, San Pio X

Giuseppe Melchiorre SARTO nacque da un’umile famiglia di Riese (Treviso) nel 1835. Rispose giovanissimo alla vocazione sacerdotale e, conclusa la necessaria formazione seminariale, fu ordinato presbitero nel 1858. Compì un percorso squisitamente pastorale: fu cappellano, canonico, maestro e direttore di seminario, quindi vescovo di Mantova dal 1884. Nel 1893 prese possesso della cattedra patriarcale di San Marco, a Venezia, e indossò la porpora cardinalizia. Dieci anni dopo, alla morte dell’anziano pontefice Leone XIII, il conclave lo elesse, a sorpresa, 257° vescovo di Roma. Sorprendentemente, sì, perché il primo e maggiore papabile di quel consesso cardinalizio era stato Mariano RAMPOLLA del TINDARO, aristocratico siciliano, già Cardinale Segretario di Stato dell’appena defunto Papa Gioacchino PECCI: il veto dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena impedì la sua attesa elezione.

Dunque, questioni dinastiche, diplomatiche, filo-francesi e filo-austriache oscurarono il Rampolla del Tindaro e condussero sul soglio di Pietro un ignaro e neutrale sacerdote veneto, divenuto Patriarca di Venezia, di semplice estrazione umana e sociale, sicuramente estraneo ad ogni affare di politica estera ecclesiastica e di governo. Non che il Nostro non lo sapesse: al momento dell’elezione, accettò, ma ammonì i suoi elettori, dicendo loro che avevano appena compiuto un grave errore, per cui avrebbe pregato il Signore di perdonarli. Fu per questo che si affidò completamente alla preparazione ed all’iniziativa di un importante diplomatico di Santa Romana Chiesa, Rafael MERRY del VAL, anch’egli di nobili origini, ma spagnolo, direttore della Pontificia Accademia Ecclesiastica (per la formazione del corpo diplomatico clericale della Santa Sede), il quale successe proprio al Rampolla del Tindaro nella carica di Cardinale Segretario di Stato.

Orbene, il Cardinal Sarto, eletto papa, assunse il nome di Pio X, in omaggio a tutti i suoi predecessori sette-ottocenteschi che avevano scelto il nome di Pio.

Pio X ingaggiò una lotta al “modernismo” senza precedenti. Da notare che il modernismo fu quella scuola di pensiero ecclesiastica e quel movimento teologico, dottrinale, pastorale e sacerdotale in genere che nacque in Francia alla fine dell’Ottocento e si diffuse ben presto nell’Europa cattolica, nelle università ecclesiastiche, nei seminari, propugnando una rivisitazione radicale ed un cambiamento profondo della dottrina, della liturgia e dell’atteggiamento della Chiesa, in chiave, di fatto, “relativistica”, cioè relativa ai tempi moderni ed accomodante rispetto alle loro tendenze, alle loro mode, alle loro prospettive, alle loro novità ed alle loro supposte necessità. Una teologia nuova, per un tempo nuovo, per un uomo nuovo, indirizzata al superamento delle presunte sclerotizzazioni del Concilio di Trento.

Dunque, con il decreto del Sant’Uffizio Lamentabili Sane Exitu e con la lettera enciclica Pascendi Dominici Gregis del 1907, Pio X condannò il modernismo, definendolo quale “sintesi di tutte le eresie”, lo vietò, lo scomunicò e lo perseguitò nei luoghi di origine e diffusione, cioè le già citate scuole teologiche, le accademie cattoliche ed i seminari, ovvero le fucine del pensiero e dell’insegnamento ecclesiastici. In fin dei conti, il modernismo fu così annichilito; riemergerà in occasione del Concilio Ecumenico Vaticano II, per prendersi, anche se solo in parte, la sua rivincita.

Autore del catechismo della Chiesa Cattolica che porta il suo nome, Pio X incoraggiò una certa forma di partecipazione politica dei cattolici italiani, in funzione antisocialista, e non esitò a scontrarsi con la Francia ed il Portogallo massonici, antireligiosi ed anticlericali, che avevano intenzione di separare, nettamente, lo Stato e la Chiesa, procedendo anche alla soppressione delle congregazioni religiose ed all’incameramento dei beni ecclesiastici.

Pio X morì il 20 agosto 1914, allo scoppio della Grande Guerra. Fu beatificato nel 1951 e canonizzato nel 1954 da Pio XII.

La tradizionalista società di vita apostolica fondata da Monsignor Marcel LEFEBVRE nel 1970 è dedicata proprio a San Pio X: trattasi, infatti, della Fraternità Sacerdotale San Pio X (F.S.S.P.X), che, in questi giorni, si sta riavvicinando alla Santa Sede, grazie alle concessioni di Papa Francesco.

Federico GARGANO