George (The) Best

In un sondaggio compiuto in Inghilterra tra i giovani nel 1969 in cui si chiedeva “A chi vorreste assomigliare da grandi?”, non vinsero scienziati, politici o musicisti, nonostante fosse l’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones.

Non vinse nessun artista.

O meglio, vinse si un artista, ma del pallone.

George Best.

Definito “il quinto elemento dei Beatles”, l’ala sinistra del Manchester United fu icona e rappresentazione pura dello spirito del ’68.

Sorridente, ironico, distaccato, dotato di sarcasmo tipicamente nordirlandese.

Basettoni e capelli lunghi.

Imitato dai ragazzi e venerato dal mondo femminile

GB1

 

 

GB3

Considerato il più grande calciatore di tutti i tempi dagli esperti dell’epoca.

Eppure.

Si sa, il mondo dello sport si nutre di dualismo, e il calcio non fa eccezione.

Troppe volte sui giornali e in Rete ci interroghiamo su chi sia più forte, se Messi, la pulce argentina del Barcellona, o Cristiano Ronaldo, l’asso portoghese del Real Madrid.

E come noi, i nostri padri vivevano nel continuo dualismo … Pelè o Maradona?

Tutti a contendersi lo scettro di “giocatore più forte della storia”.

Messi, Pelè, Ronaldo, Maradona … ma insomma, dov’è George Best?

Proprio questo è il punto.

Oltre ad essere uno dei più grandi di sempre, George è anche probabilmente il più grande talento mai sfruttato della storia.

Eppure, in carriera, ci fece vedere di tutto.

Serpentine, dribbling ubriacanti. Un modo di correre così composto, con le braccia tese lungo i fianchi, che non si addiceva certo allo sportivo più ribelle del secolo.

GB2

Dotato di un tiro micidiale quando volevo colpire da lontano, ma la specialità della casa era sempre il dribbling; testa bassa, e via. Con finte, tunnel e controfinte, era sempre lì, sempre a trafiggere il portiere. Anzi, spesso, dribblava e umiliava anche lui …

Vedere per credere.

 

Ma non si limitò ad essere un genio, un fenomeno, singolarmente o egoisticamente; anzi, trascinò di peso lo United a conquistare nel ’68 la sua prima Coppa dei Campioni.

 

 

GB COPPA

 

 

E tutto questo lo portò, nello stesso anno, a stravincere meritatamente il Pallone D’oro

PALLONE DORO BEST

 

E allora, perché?

Perché tutto quel potenziale inespresso?

Perché quel talento mai totalmente sbocciato?

Ce lo dice lui stesso

“Se non fossi stato così affascinante, non avreste mai sentito parlare di Pelé”

Un fascino che troppo spesso lo portò più tra le braccia delle donne che a calcare terreni di gioco.

“Ho speso un sacco di soldi per donne, alcool e auto veloci; tutti gli altri li ho sperperati”

Appunto, l’alcool.

Altro grande nemico della vita di George.

Lo stesso che lo privò della madre troppo presto.

Lo stesso che alla fine, nel 2005, lo consumò.

ALCOOLbest

Non sappiamo cosa avrebbe potuto fare se avesse utilizzato davvero tutto il suo potenziale.

Ma se solo così è considerato uno dei migliori, George Best al 100% sarebbe stato senza dubbio il migliore.

Maradona good, Pelè better;

But

Geoge, Best

 

Giacomo Novelli

 

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TUTTI I SOLDI DEL MONDO

Ispirato ad una storia vera, il nuovo film di Ridley Scott “Tutti i soldi del mondo” è decisamente la migliore offerta cinematografica americana in questo momento.

Una spanna sopra “la Ruota delle meraviglie” di Woody Allen, un grande regista in passato, ma che nel presente sta divenendo monotono e ossessivo rilanciando gli stessi disarticolati temi ad un pubblico che è inevitabilmente mutato. Una spanna sopra ovviamente a “Wonder”, un film buonista e irrealistico che rappresenta lo scorcio di un’America benpensante, democratica, di un mondo ovattato ed elitario da cui il popolo americano ha preso le distanze, o forse rectius le ha sempre ben mantenute.

Insomma veniamo alla pellicola in questione, rappresentabile nella seguente maniera allo spettatore (o a chi fosse intenzionato a passare una serata tranquilla sui comodissimi sedili dello Smeraldo).

In primis un thriller poliziesco fatto di inseguimenti, rapine, riscatti, agenti segreti della CIA, su cui s’innesta l’intreccio degli eventi. Siamo nel luglio del 1973. John Paul Getty, viene rapito a Roma da una banda di ‘ndranghetisti che chiede alla famiglia un riscatto di 17 milioni di dollari! Ma che saranno mai 17 milioni di dollari per l’uomo più ricco del mondo, anzi per l’uomo più ricco della storia del mondo. La vicenda si presterebbe ad un rapido scioglimento se non fosse per il rifiuto categorico di Jean Paul Getty di pagare il riscatto del nipote. Da questo momento in poi si sussegue una rapida escalation di eventi, coinvolgendo la riservata, affettuosa e combattiva “Gail”, madre del figlio rapito, Flechter Chase, ex agente della CIA, polizia giudiziaria, brigate rosse, ‘ndrangheta.

Il regista si diverte a indagare il particolare rapporto tra denaro e sangue, tra desiderio di autoaffermazione e sacralità dell’unità famigliare insieme ai rapporti ancestrali e indissolubili che la costellano da dentro. Nella cornice tetra degli anni di piombo dove la violenza viene adottata anche da chi dovrebbe minimizzarla come un magistrato che assume le vesti di un giustiziere efferato e anaffettivo, Ridley Scott lancia un lugubre monito sul futuro dell’umanità, la quale si avvia ad essere ridotta a mera cosa, priva di sentimenti, subordinata al (dis)valore del denaro. L’unica maschera che l’uomo è costretto ad indossare per sopravvivere è il cinismo. Come nello stato di natura di Hobbes, ogni uomo è lupo per l’altro uomo, proteso unicamente all’istinto di autoconservazione. Forse proprio così si spiega la scelta di John Paul Getty di non riscattare il nipote. Egli ha imparato lungo la sua strada verso il benessere a non fidarsi mai di nessuno, ad essere scaltro, a rinnegare la propria famiglia. L’unico obbiettivo è quello di curare i propri affari e vederli crescere.

Ma John Paul Getty non è semplicemente un uomo avido, come l’Arpagone di Moliere, il Mazzarò di Verga o l’Ebenezer Scrooge di Dickens. Il motivo economico, come il titolo stesso della pellicola suggerisce, non spiega tutte le sfaccettature della sua personalità. Egli non è il tipico imprenditore capitalista, che pensa solo a “far crescere il denaro su sé stesso”. Egli è un dandy, innamorato del lusso, dell’eleganza, della bellezza. Trova nell’arte un rifugio alla solitudine provocatagli dal suo cinismo. Negli oggetti che acquista a prezzi stellari vede una purezza che non ha mai riscontrato nell’animo umano corrotto e mutevole. Crea una fondazione nella quale non pagava le tasse a patto di investire il suo patrimonio economico solo in opere d’arte e manufatti antichi. L’arte diventa come per Wilde una forma di salvezza e John Paul Getty sogna di ricongiungersi con la morte ad essa, trasformandosi in cosa per l’eternità. Potrà finalmente superare quella maschera di cinismo e raggiungere quell’autenticità, quella purezza che non aveva mai trovato in vita nelle persone.

P.s. a esemplificazione di quanto ho detto, più efficace e immediato di mille parole vale l’immagine ultima del film. Si lasci al non detto e ovviamente alla bravura del regista la spiegazione completa di quest’ultima riflessione, scolpita nell’unicità di un fotogramma.

 

Di Paolo Garrubba

“Errori che non sono più tali”

Ho deciso di strutturare questo articolo su due esempi lampanti di raffinata ideologia post-moderna (e anche un po’ post-umana):

-Il cosiddetto “postulato dell’amore” : <<L’equazione di Dirac è la più bella equazione conosciuta nella fisica. Grazie a questa si descrive il fenomeno dell’entanglement quantistico, che in pratica afferma che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continuare ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”>>.

-La fantomatica citazione di Einstein che fa più o meno così:

“Ciascuno di noi è un genio ma, se giudichi un pesce dalla sua abilità di salire su di un albero, questo vivrà tutta la sua vita pensando di essere stupido”.

Dunque, ci sono dei problemini, anzi, problemoni, anzi, dei veri e propri errori. Niente paura, però: gli errori non sono più tali se ci credi tu e se ci crede il mirabolante mondo dei social.

Ah, gli onnipotenti social network! Cerchi informazioni? Loro sanno tutto!

Vaccini? Tossici!

Gli immigrati? 35 euro al giorno!

Laura Boldrini? È più numerosa la sua dinastia che quella di Abramo. Un po’ la compatisco… chissà che casino a Natale tra pranzi e regali!

L’Equazione di Dirac? ! (È sbagliata così… ma ci arriviamo tra un attimo).

Che mondo ingiusto il nostro! Risolviamo tutto sfoderando la celeberrima citazione del pesce di Einstein! (Sembra che il buon Albert non l’abbia mai pronunciata. Parleremo anche di questo tra un momento).

Bene, dunque, siamo tutti felici, no? Tra un post indignato per i favori agli immigrati (bah…) e la condivisione di citazioni molto dubbie e molto melense, direi che possiamo sistemarci le coscienze a colpi di razzismo e di patetica convinzione di essere tutti neutri, tutti asettici, tutti Uguali.

E invece no: l’Equazione di Dirac, sui social, viene definita “il postulato dell’amore”, interpretazione alquanto fantasiosa, visto che l’interazione tra due particelle è impossibile da determinare prima di averne misurato le cariche e che l’entanglement rappresenta tutt’altra cosa. Primo errore.

La citazione di Einstein? Non sappiamo chi l’abbia inventata o chi gliel’abbia attribuita. Fatto sta che giudicare un pesce da come sale sugli alberi è triviale, completamente inutile e totalmente irrazionale. I più saggi ci vedranno il manifesto del “noi possiamo tutto”. Giusto, per carità, ma non passi il messaggio che TUTTI possiamo fare TUTTO: è proprio nella diversità e nella capacità di affidarsi a chi ne sa più di noi che sta il progresso.

Quindi no: Paul Dirac non ha mai postulato l’amore, Albert Einstein non ha mai asserito che un pasticcere potesse occuparsi di microbiologia, Laura Boldrini non ha una dinastia da fare invidia ai Plantageneti, gli immigrati non portano malattie (vengono vaccinati appena sbarcati) e non prendono 35 euro al giorno. Sui vaccini stendiamo un velo pietoso.

Questa è la verità, quegli altri sono gli errori.

O forse non più: gli errori non sono più tali, grazie al fantastico mondo dei social.

La verità è roba vecchia, antiquata e poco interessante.

 

Scienza e Dittatura

Qualcuno asserisce che la scienza non sia democratica. Verissimo. Andiamo oltre, però: la scienza non è democratica, non è inclusiva verso chi non la intende e non ne capisce la portata. Meno male che ci sono eroi contemporanei, novelli paladini che ci educano alla vera scienza, quella che viene dal Popolo Sovrano! Quella che si decide nei forum, quella fatta dai giudici, dai genitori! Quella dove gli idraulici cambiano le regole della microbiologia e dove i parrucchieri decidono che 10 vaccini sono troppi per “sovraccarico immunologico” (sic!); hanno omesso una definizione del termine ma non importa: lo deciderà la maggioranza cosa vuol dire.

Democrazia!
Libertà!
Uguaglianza!

Slogan vuoti e feticci di chi ha paura di affrontare la realtà.

In un’epoca in cui “uno vale uno”, in cui tutti sono uguali, in cui il senso stesso dell’esistenza sembra essere diventato una rincorsa a non sentirsi esclusi da quel movimento di massa che mira a rompere gli schemi e ad invalidare assiomi scolpiti nella roccia, noi ci sbilanciamo: la scienza non è democratica, non deve essere democratica.
Sia, invece, dittatoriale nei modi, potente nella diffusione, brutale ed implacabile nella repressione di ciò che è contro di essa e, quindi, contro l’uomo.

Perché la scienza è una e non si decide.

Si applica soltanto.

Naufragio tattico

Svezia-Italia 1-0

Rabbia, tanta. E ora, come sempre, come ogni volta, l’italico stivale si trasforma un immenso ritrovo di pseudoallenatori/selezionatori.

Ma, se non vi riconoscete nell’italiano medio che, postando una propria foto in maglietta e pantaloncini, esclama “Ventura convoca me!”, o nel finto “largo ai giovani” che si straccia le vesti al grido di “Buffon in pensione!!!”, allora proviamo ad analizzare le ragioni di questa debacle sportiva.

Raramente le cause di una sconfitta, di un tracollo, di un periodo negativo sono tutte da attribuire solo all’allenatore. Ieri sera non fa eccezione. Anche se, è doveroso dirlo subito, Giampiero Ventura ha almeno due terzi di responsabilità.

Involuzione tecnica degli ultimi anni

Un terzo di responsabilità passa per i piedi dei nostri ragazzi. Molli, prevedibili, macchinosi, apparsi quasi sfiduciati di fronte ad una Svezia tutt’altro che altisonante, priva da qualche mese persino di Zlatan, l’unico oggettivamente in grado di alzare il tasso tecnico degli scandinavi. Eppure, una Svezia che ha intimorito gli Azzurri fin dalle prime battute. E questo, per l’Italia, non è accettabile.

Parlavamo però di involuzione tecnica, ed è vero. Possibile che ormai da vent’anni non siamo in grado di annoverare in squadra un terzino mancino come si deve, per esempio?

Possibile che dopo Buffon ci siamo affannosamente messi a cercare un suo possibile e degno erede senza riuscirci? Vi ricordate dei vari Perin, Sirigu, Scuffet? Donnarumma è davvero la risposta? Fino ad ora sappiamo soltanto che c’è da ringraziare il nostro capitano che a 40 anni è ancora lì, sul pezzo, a difendere la nostra porta. E a portare un briciolo di carisma (chi è l’unico che nel post gara non ha parlato di sfortuna? Ma ci torneremo …)

Infine, qualcosa si deve essere rotto. Possibile che dopo il Divin Codino Baggio, Del Piero e Totti, l’Italia non sia più riuscita ad avere il numero 10, il fantasista, il fuoriclasse assoluto che trascina la squadra? (Potrebbero esserlo Verratti o Insigne, ma anche qui, ci torneremo …)

Non parliamo di gioco scorretto, di arbitro incapace o di sfortuna

Ecco, queste mezze scusanti da Mazzarri Style, per favore, lasciamole perdere.

La sfortuna potrà incidere quando prendi palo su un tiro che a tirarlo dieci volte si fanno dieci gol, ok, d’accordo. Ma finisce lì. Non perdi la partita per questo motivo.

Arbitro incapace? Forse un po’, più che altro scarsa personalità. Forse si sarà lasciato coinvolgere e schiacciare troppo dal tifo infernale dei Vichinghi.

E forse quest’ultimi non avranno avuto proprio un comportamento da veri gentleman.

Ma signori, si stava giocando a calcio. Non era danza classica o una battuta di caccia alla volpe, che diamine. Sono i soliti scandinavi, li conosciamo: inferiori tecnicamente, hanno sempre tutto da perdere e l’unico modo per portare a casa qualcosa è mettere la partita sul piano fisico, o in una vera propria rissa. D’altronde, il loro CT aveva appunto detto che per batterci, bisognava farci innervosire. E noi, ci siamo cascati. Punto.

Urge quindi una cambio di mentalità,  non in due anni, ma in due giorni. Per lunedì. Non si possono rilasciare dichiarazioni in cui si parla di sfortuna (Ventura) o arbitro incapace (Bonucci). Parliamo piuttosto di Noi, della nostra prestazione. Di come dovevamo portarla a casa e non ci siamo riusciti (si vadano a leggere le dichiarazioni del vecchietto Buffon)

 

SVEZIA ITALIA

 

 

 

Mi dispiace Mister, ma dulcis in fundo…le colpe di Giampiero Ventura

Chiariamo subito un aspetto: qui non si criticano le scelte del selezionatore Ventura. Anzi.  A parte qualche piccolo cambiamento puramente soggettivo e opinabile, le chiamate in Azzurro del Mister sono state ineccepibili, considerata anche la difficile situazione tecnica italiana attuale di cui parlavamo prima.

Dato che l’italiano medio, dopo un paio di gol nella mirabolante Ligue1 (condita anche da due tre espulsioni ma ci stanno dai, poverino) e un gol ininfluente contro la Lazio in Europa League, chiamava a gran voce il ritorno di Mario Balotelli, forse viene anche da dire “ma menomale che a fare il selezionatore c’è Giampiero Ventura” che ovviamente non ha nemmeno considerato Super (?) Mario.

Il problema sorge però quando analizziamo l’allenatore Ventura.

Fin dalle prime partite, lo scetticismo per i suoi 4-2-4 o 3-5-2 era palpabile. Eppure abbiamo provato a fidarci, a convincerci che fossero le scelte tattiche giuste. In fondo anche Antonio Conte era fedelissimo del 3-5-2 di juventina memoria.

Partite poco convincenti e affatto piacevoli, ma vincenti. Condite con il pareggio di Torino contro la Spagna. Tutto bene? Benino dai.

E poi.

E poi Madrid. Scontro diretto, di nuovo, ma a casa loro. Spagna-Italia.

Ora, la Spagna la conosciamo bene, è un dream team, ma i difetti ci sono, sono umani anche loro.  Dopo anni di guardiolismo e di tiki taka, hanno perso totalmente il concetto di difesa, non buttano mai via il pallone ma impostano il gioco direttamente dalla loro area piccola. Specchiandosi narcisisticamente un po’ troppo.

Che dire poi dell’attacco? La leggenda del falso nueve ha distolto solo parzialmente l’attenzione dalla figura ormai mitologica del centravanti spagnolo. Figura che, appunto, manca agli iberici ormai da decenni. E noi, maestri di difesa e per tradizione innamorati del centravanti di peso e di sfondamento dovevamo approfittare di tutto questo.

Invece.

Qual è l’arma letale della Spagna? Il centrocampo. Zona nevralgica in cui loro la fanno da padroni, maestri del palleggio e del controllo della gara.

E noi, con quanti centrocampisti ci siamo presentati a Madrid? Due.

4-2-4.

Eh no Giampiè, non ci siamo.

 

VENTURA

Ovviamente l’esito è stato drammatico; centrocampo praticamente inesistente e di solo marchio iberico, difesa sotto assedio costante, attaccanti tagliati fuori completamente dalla manovra e quindi dalla partita. 3-0. Debacle.

Quella partita, inutile nasconderlo, ha minato completamente le nostre già sottili certezze.

Giochiamo contro la Macedonia, contro Israele. Arriviamo secondi, costretti agli spareggi, ma questo ci poteva stare in un girone contro la pluridecorata Spagna, ci mancherebbe.

Ma Svezia-Italia, primo atto, ha messo a nudo ancor di più due grandi equivoci di marca Venturiana.

Verratti. Si sente parlare ormai da qualche mese di involuzione del centrocampista abruzzese. Sarà anche vero, ma se non lo si mette nel ruolo giusto non lo si aiuta granchè. A Stoccolma, ancora una volta, abbiamo assistito ad un Verratti in versione mezz’ala avanzata. Sempre spalle alla porta, sempre a ridosso della difesa svedese. Ingabbiato tra le maglie avversarie e, questo è grave, azzurre. In Ligue1 detiene il record di passaggi riusciti in ogni partita. Ieri sera Chiellini, non esattamente un mostro di tecnica e palleggio, ne ha realizzati il triplo, dati alla mano. In definitiva, Marco Verratti deve essere messo in condizione di ragionare, di alzare la testa, di dettare i tempi della manovra, di lanciare l’uomo in profondità. Non deve essere lui l’uomo lanciato in corsa. L’unica azione in cui è stato messo in grado di orchestrare, è stato quando con un uno-due con Darmian siamo stati andati vicini alla rete di Belotti. Non è un caso. Ma lunedì, Marco non ci sarà. Sperando che i dovuti accorgimenti tattici arrivino in Russia (ci saremo?)

 Insigne. Ok, come detto non abbiamo i Baggio i Del Piero e i Totti. Ma Lorenzo è senza dubbio il nostro giocatore più talentuoso. Come si può lasciarlo fuori?  Come si fa poi a lanciarlo nella mischia solo ad un quarto d’ora dal termine, come se da solo fosse in grado di stravolgere tutta la partita? Come detto, è il più tecnico e talentuoso ma non è mica Maradona. Se la squadra non gira, non gira lui. Però va anche messo un minimo in condizione. Come? 4-3-3 con lui titolare. Il modulo perfetto per esaltarne le capacità. Bisogna avere anche la giusta dose di umiltà di cambiare modulo per favorire un giocatore, se quest’ultimo è il più tecnico. Umiltà che forse è mancata a Ventura

Questi i motivi della pesante sconfitta e del momento nero della Nazionale.

Ma non tutto è perduto. A San Siro servirà la miglior Italia. E’ dovere della nostra Nazionale partecipare ai prossimi mondiali.

Forza Azzurri

RUSSIA 2018

 

 

 

 

 

 

Giampiero Mughini a Teramo:”So di essere fuori del tempo. Ne sono felice!”

 

FOLLEMENTE

Il 29 settembre,il “Follemente Festival”, evento svoltosi nei giorni scorsi avente come tema centrale la follia nell’arte nella società e nella musica, ha avuto come ospite d’onore il noto scrittore e giornalista Giampiero Mughini; il quale, nella sala affollata dell’Ipogeo, ha avuto l’occasione di presentare il suo libro “La stanza dei libri”. E non solo.

“La stanza dei libri” non è altro che il manifesto di ciò che l’autore definisce “la mia malattia”: ossia, la passione, morbosa e romantica, di leggere e collezionare libri. Fin da ragazzo infatti, Giampiero vuole scoprire e indagare il mondo, e non avendo molto a disposizione- di giornali nelle edicole catanesi nel Dopoguerra ne arrivavano pochi, spesso persino in ritardo- inizia a comprare, scambiare, ricercare libri di ogni genere. Arrivando così a riempire tutta la sua stanza di volumi e pagine di circa 800 autori (appunto,la stanza dei libri).

stanza libriMUGHINI

 

Con il passare degli anni il suo “palato letterario” si fa più fino: Giampiero inizia a ricercare libri rari, sconosciuti ai più e, persino, proibiti. Grazie inoltre alla sua buona fama di scrittore e giornalista, riesce ad entrare in possesso delle prime edizioni di opere immortali; possiede, tra gli altri, la prima edizione, con dedica d’autore, de “Il porto sepolto” di Ungaretti. Opera che, ammette Mughini, “conservo come una reliquia”.

Ma la riflessione più interessante, Giampiero Mughini la concede soprattutto sulla situazione dell’oggetto libro nel nostro secolo, chiedendosi: ma davvero opere lette su pc, tablet, smartphone danno la stessa medesima emozione di quelle che troviamo sull’antica carta stampata di un libro?

Per Mughini “assolutamente e fieramente no.” Un libro ci dona molteplici emozioni e sensazioni che mai nessuna tecnologia potrà regalarci. Un libro non è solo carta stampata da leggere. E’ un’emozione possederlo, collezionarlo, scorrere le dita sul foglio, annusarne l’odore, l’essenza. “Puoi forse annusare uno schermo?”

Ma nonostante l’autore faccia un’accalorata e fiera difesa del libro ammette però “L’importanza della tecnologia al giorno d’oggi è evidente e può essere un alleato preziosissimo per chi come me è affamato di libri; una volta per cercarne uno ci mettevo mesi; oggi, con Amazon, in 30-40 secondi ne ordino uno e in pochi giorni me lo ritrovo a casa.”

Amante della tradizione quindi ma non retrogrado o obsoleto; “persino i nostalgici del cavallo e della carrozza devono ammettere l’importanza dell’automobile”

Concluso il discorso sulla sua opera e sul libro in sé, Mughini viene ovviamente stuzzicato sull’altra sua grande passione: il calcio.

Anche qui, l’autore regala al pubblico un’importante riflessione. Dopo aver accennato alla sua squadra del cuore, “La Juventus è l’unica donna che non mi abbia mai tradito”, cerca di sdoganare finalmente il luogo comune che vuole il calcio come semplice gioco.

“Il calcio è Arte vera e propria. Non c’è grande differenza per me tra un concerto di un violinista e una partita di calcio. Entrambi gli eventi suscitano emozione, brivido, come solo l’arte sa fare; a chi mi dice che non segue il calcio rispondo <peggio per te!> ”

Si conclude qui il Mughini-pensiero. Ma quanti spunti di riflessione. Quale voce libera, identitaria, fuori dal coro.

La voce di un uomo forse fuori dal tempo e nostalgico.

Ma, nostalgicamente, felice.

 

mughin e noi