Il papa dantista immeritatamente dimenticato

La lettera enciclica In Praeclara Summorum fu pubblicata il 30 aprile di novantasei anni fa esatti. La figura del suo autore, Benedetto XV, il 257° successore di San Pietro, è misconosciuta e dimenticata, forse perché quasi schiacciata fra quella di San Pio X e quella di Pio XI, il papa dei Patti Lateranensi.

Al secolo Giacomo DELLA CHIESA, il Nostro nacque nel 1854 a Pegli di Genova da un’antica famiglia aristocratica, discendente da schiatte ancor più nobili, genitrici del marchese Berengario II d’Ivrea, di un papa medievale, Callisto II, e di altre illustri personalità, ecclesiastiche e non. Studiò la giurisprudenza, laureandovisi nel 1875, poi entrò in seminario a Genova, quindi si trasferì a Roma, dove si formò teologicamente e diplomaticamente al Collegio Capranica ed alla Pontificia Università Gregoriana. Ordinato sacerdote nel 1878, diplomatico ecclesiastico, servì presso la segreteria della Santa Sede, alle dipendenze di due capi del corpo diplomatico papale, dapprima il Rampolla del Tindaro, durante il pontificato di Leone XIII PECCI, poi il Merry del Val, Cardinale Segretario di Stato di Pio X SARTO. Proprio quest’ultimo, al quale il Della Chiesa era inviso, lo allontanò dal Vaticano, eleggendolo arcivescovo di Bologna nel 1907; sette anni più tardi, gli impose la berretta cardinalizia.

Il Cardinal Della Chiesa indossava la porpora da soli tre mesi, quando il conclave, morto Pio X, lo elesse Sommo Pontefice. Fu così che assunse il nome di Benedetto XV, in omaggio a Benedetto XIV LAMBERTINI, il quale lo precedette, nel Settecento, sia sulla cattedra di San Petronio, a Bologna, sia su quella di San Pietro, a Roma.

La Grande Guerra era scoppiata qualche settimana prima. Fin da subito, il pontefice appena incoronato si spese per invitare le nazioni alla cessazione delle ostilità ed alla pace. Inascoltato per anni, anche a causa delle conseguenze dell’isolazionismo diplomatico perpetrato dal suo predecessore sul Soglio petrino, nel 1917 formulò la celeberrima “Nota di pace”, indirizzata a tutti i responsabili delle nazioni coinvolte nel conflitto mondiale, il “suicidio dell’Europa” (come ebbe a definirlo), e volta a scongiurare più nefaste carneficine, il tracollo dell’ultima grande potenza cattolica europea (l’Impero asburgico) e l’intervento bellico degli Stati Uniti d’America. Anche questo tentativo, però, non fu apprezzato dagli interessati: i belligeranti vi si opposero, con Woodrow WILSON che non nascose il suo disprezzo per il papa, il quale in Francia fu accusato di essere filo-tedesco, in Germania fu tacciato di essere filo-francese e in Italia fu rinominato Maledetto XV. Quindici mesi più tardi, la guerra si concluse, e allora il pontefice si impegnò per la ricostruzione spirituale, civile e materiale dell’Europa cattolica.

Si devono a Benedetto XV: la promulgazione, avvenuta nel 1917, del Codice di diritto canonico, riformato solo nel 1983; la canonizzazione, nel 1920, di Giovanna d’Arco, dichiarata patrona di Francia, e di Gabriele dell’Addolorata, eletto, poi, patrono della gioventù cattolica italiana da Pio XI e dell’Abruzzo da Giovanni XXIII; la rivitalizzazione dell’attività missionaria cattolica nel mondo; l’esortazione ai cattolici italiani a partecipare all’attività politica con il Partito Popolare Italiano di don Luigi STURZO, fondato nel 1919.

In continuità con Papa Sarto, proseguì la persecuzione del modernismo, tant’è vero che pose alla guida del Sant’Uffizio il Cardinal Merry del Val, già Segretario di Stato, come già detto, di Pio X, e riorganizzò la Sapinière, organo di spionaggio vaticano in funzione anti-modernista.

Benedetto XV fu un insigne dantista: come anticipato nell’apertura di questo scritto, egli compose l’enciclica In Praeclara Summorum, rivolta ai “diletti figli professori ed alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico in occasione del VI centenario della morte di Dante Alighieri”, pubblicata il 30 aprile 1921.

Morì di broncopolmonite il 22 gennaio 1922, a neanche sessantotto anni.

Dimenticato dai più, il suo fu un glorioso pontificato, seppur breve e sofferto. Anzi, si può dire che fu un glorioso pontificato proprio perché sofferto e colmo di tribolazioni.

Federico GARGANO

Where Big Happens: NBA Playoffs

Earvin “Magic” Johnson, miglior playmaker di tutti i tempi, che vince il suo primo titolo giocando la notte decisiva da centro. 

Michael Jordan, His Airness, che dopo un’intossicazione alimentare – la leggenda narra di un pizzaiolo mormone e vero tifoso dei Jazz – e gioca, in una condizione fisica incomprensibile la Flu Game, decisiva per i suoi imbattibili Bulls.

Damian Lillard, che dopo anni da sottovalutato elimina i presuntuosi Rockets di James Harden – il cambio spirituale ha portato ai risultati che stiamo vedendo – e Dwight Howard, ormai perso nei meandri della sua schiena e della sua parte non troppo guerriera.

“Ci sono Socrate, Platone e Aristotele (Nash, Gasol e Bryant) che discutono dei massimi sistemi. Poi c’è Scooby Doo (Howard), che gioca coi Lego”.

Avv. Federico Buffa sui Lakers, Anno Domini 2012

Ah, li elimina scolpendo questo david

Giuseppe Melchiorre SARTO nacque da un’umile famiglia di Riese (Treviso) nel 1835. Rispose giovanissimo alla vocazione sacerdotale e, conclusa la necessaria formazione seminariale, fu ordinato presbitero nel 1858. Compì un percorso squisitamente pastorale: fu cappellano, canonico, maestro e direttore di seminario, quindi vescovo di Mantova dal 1884. Nel 1893 prese possesso della cattedra patriarcale di San Marco, a Venezia, e indossò la porpora cardinalizia. Dieci anni dopo, alla morte dell’anziano pontefice Leone XIII, il conclave lo elesse, a sorpresa, 257° vescovo di Roma. Sorprendentemente, sì, perché il primo e maggiore papabile di quel consesso cardinalizio era stato Mariano RAMPOLLA del TINDARO, aristocratico siciliano, già Cardinale Segretario di Stato dell’appena defunto Papa Gioacchino PECCI: il veto dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena impedì la sua attesa elezione.

Dunque, questioni dinastiche, diplomatiche, filo-francesi e filo-austriache oscurarono il Rampolla del Tindaro e condussero sul soglio di Pietro un ignaro e neutrale sacerdote veneto, divenuto Patriarca di Venezia, di semplice estrazione umana e sociale, sicuramente estraneo ad ogni affare di politica estera ecclesiastica e di governo. Non che il Nostro non lo sapesse: al momento dell’elezione, accettò, ma ammonì i suoi elettori, dicendo loro che avevano appena compiuto un grave errore, per cui avrebbe pregato il Signore di perdonarli. Fu per questo che si affidò completamente alla preparazione ed all’iniziativa di un importante diplomatico di Santa Romana Chiesa, Rafael MERRY del VAL, anch’egli di nobili origini, ma spagnolo, direttore della Pontificia Accademia Ecclesiastica (per la formazione del corpo diplomatico clericale della Santa Sede), il quale successe proprio al Rampolla del Tindaro nella carica di Cardinale Segretario di Stato.

Orbene, il Cardinal Sarto, eletto papa, assunse il nome di Pio X, in omaggio a tutti i suoi predecessori sette-ottocenteschi che avevano scelto il nome di Pio.

Pio X ingaggiò una lotta al “modernismo” senza precedenti. Da notare che il modernismo fu quella scuola di pensiero ecclesiastica e quel movimento teologico, dottrinale, pastorale e sacerdotale in genere che nacque in Francia alla fine dell’Ottocento e si diffuse ben presto nell’Europa cattolica, nelle università ecclesiastiche, nei seminari, propugnando una rivisitazione radicale ed un cambiamento profondo della dottrina, della liturgia e dell’atteggiamento della Chiesa, in chiave, di fatto, “relativistica”, cioè relativa ai tempi moderni ed accomodante rispetto alle loro tendenze, alle loro mode, alle loro prospettive, alle loro novità ed alle loro supposte necessità. Una teologia nuova, per un tempo nuovo, per un uomo nuovo, indirizzata al superamento delle presunte sclerotizzazioni del Concilio di Trento.

Dunque, con il decreto del Sant’Uffizio Lamentabili Sane Exitu e con la lettera enciclica Pascendi Dominici Gregis del 1907, Pio X condannò il modernismo, definendolo quale “sintesi di tutte le eresie”, lo vietò, lo scomunicò e lo perseguitò nei luoghi di origine e diffusione, cioè le già citate scuole teologiche, le accademie cattoliche ed i seminari, ovvero le fucine del pensiero e dell’insegnamento ecclesiastici. In fin dei conti, il modernismo fu così annichilito; riemergerà in occasione del Concilio Ecumenico Vaticano II, per prendersi, anche se solo in parte, la sua rivincita.

Autore del catechismo della Chiesa Cattolica che porta il suo nome, Pio X incoraggiò una certa forma di partecipazione politica dei cattolici italiani, in funzione antisocialista, e non esitò a scontrarsi con la Francia ed il Portogallo massonici, antireligiosi ed anticlericali, che avevano intenzione di separare, nettamente, lo Stato e la Chiesa, procedendo anche alla soppressione delle congregazioni religiose ed all’incameramento dei beni ecclesiastici.

Pio X morì il 20 agosto 1914, allo scoppio della Grande Guerra. Fu beatificato nel 1951 e canonizzato nel 1954 da Pio XII.

La tradizionalista società di vita apostolica fondata da Monsignor Marcel LEFEBVRE nel 1970 è dedicata proprio a San Pio X: trattasi, infatti, della Fraternità Sacerdotale San Pio X (F.S.S.P.X), che, in questi giorni, si sta riavvicinando alla Santa Sede, grazie alle concessioni di Papa Francesco.

Federico GARGANO

Ghiribizzo n°2: invito alla partecipazione politica. 

Nell’epoca del trash, della comunicazione istantanea e della crisi dei contenuti, la complessità della cosa pubblica non può non apparire come un “pessimo affare”. Così, la politica perde appeal e le menti migliori non le si avvicinano, intimorite e rincitrullite dal caos che la pervade. Viene dunque meno quella forma di governo eccelsa e giusta al di là di ogni ragionevole dubbio: l’aristocrazia (dal Greco άριστος, migliore e κράτος, potere, letteralmente “il governo dei migliori”).

All’amministrazione dello Stato si destinano oramai i peggiori, e quelle poche eccezioni, così complesse da raccontare, sono offuscate dalla fitta e maleodorante coltre di fumo prodotta dai mass-media. Ma il distinguo è l’unica speranza: mala politica e buona politica. Non sono i politici ad essere corrotti, bensì lo sono i “cattivi politici”. Così come non sono i preti ad essere pedofili, bensì lo sono i “cattivi preti”. Allo stesso modo non sono i musulmani ad essere terroristi, bensì lo sono i “cattivi musulmani” (precisazione che riteniamo utile data la continua mistificazione sul tema da parte della “cattiva politica”). Ecco il trash che ritorna, quella semplificazione estrema che decede nella banalizzazione del concetto. Esiste quindi una buona politica, fatta di valori veri e di sentimenti sinceri: essa è la via maestra, da perseguire ad ogni costo. Se non utilizziamo questo mezzo potentissimo qualcun altro lo farà per noi. E i suoi interessi potrebbero non coincidere con il bene comune. 

“NULLA SERVITUS TURPIOR EST QUAM VOLUNTARIA”

Non esiste schiavitù più turpe di quella volontaria

(Seneca, Epistulae Morales Ad Lucilium)

Fare politica, buona politica, IS THE WAY. Non urlare honestà, porla in atto. Non protestare sotto i palazzi, entrarvi. Non criticare e stare fermi, mettersi in gioco. Non evidenziare solo problemi, proporre soluzioni. Fare politica e tornare a credere in quel concetto tanto caro ai nostri latini: “FABER EST SUAE QUISQUE FORTUNAE”.
Mbe’ dai!
Articolo apparso sul giornalino scolastico del Liceo Melchiorre Delfico di Teramo. (Il Caffè, numero 3 anno II)

Aldo Navarra e Arianna Cordone, IIIC

Leone, il papa latinista che portò la Tradizione nella Modernità.

Gioacchino PECCI nacque a Carpineto Romano il 2 marzo 1810 da una famiglia della piccola nobiltà rurale. Destinato ad un’importante carriera nella diplomazia ecclesiastica, fu ordinato sacerdote nel 1837. Nel 1843 fu eletto arcivescovo e nello stesso anno fu inviato quale nunzio apostolico in Belgio. Già nel 1846, però, gli fu imposto di tornare nello Stato Pontificio, a causa di certi contrasti con il governo belga su determinate questioni educative statali. Così, ebbe termine il suo percorso diplomatico, che evolse in una lunga esperienza pastorale. Infatti, da quello stesso 1846 e fino al 1877, fu arcivescovo ad personam di Perugia. Fu creato cardinale nel concistoro del 19 dicembre 1853 da papa Pio IX, il quale, nel 1877, lo fece Camerlengo di Santa Romana Chiesa.

Nel 1878, all’età di sessantotto anni, ascese al soglio pontificio, divenendo, pertanto, il 255° successore di Pietro. Assunse il nome di Leone, in omaggio a Leone XII DELLA GENGA, papa dal 1823 al 1829. Quale successore di Pio IX, l’ultimo papa-re, il Nostro fu, dopo più di mille anni, il primo pontefice ad essere impossibilitato ad esercitare il potere temporale e monarchico. Essendo egli di salute malferma, chi lo elesse credeva che il suo pontificato sarebbe stato breve e transitorio. In realtà, Gioacchino PECCI regnò per i successivi venticinque anni, riuscendo a portare la Chiesa Cattolica nel Novecento. Infatti, morì il 20 luglio 1903, novantatreenne. Alla sua dipartita, il suo era stato il terzo pontificato più lungo della storia, dopo quello del Principe degli Apostoli e quello del suo predecessore, il già citato Pio IX. Attualmente, esso rappresenta il quarto pontificato per durata, essendo stato superato dai quasi ventisette anni di regno di San Giovanni Paolo II, del quale oggi, domenica 2 aprile A.D. 2017, ricorre il dodicesimo anniversario della morte.

Leone XIII impiegò le sue energie per l’attività diplomatica e pastorale. Proprio nell’ambito del Magistero, nel 1891 compì l’atto più dirimente nella storia dei rapporti tra Chiesa Cattolica e società: con la stesura e la pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum, fondò la dottrina sociale della Chiesa, uno dei capisaldi del pensiero e dell’azione del Cattolicesimo nel mondo moderno e contemporaneo.

Fu l’ultimo papa a creare un cardinal nepote: il 12 maggio 1879 impose la berretta cardinalizia al fratello Giuseppe, gesuita e teologo tomista.

Fu il primo papa ad essere ripreso da una cinepresa: la pellicola fu registrata nel 1896 da un operatore alle dipendenze dei fratelli Lumière, i padri della cinematografia. L’immagine in evidenza di questo articolo è un fotogramma tratto dal filmato in questione.

Fu anche il primo papa la cui voce fosse registrata ed incisa su di un disco: l’anziano pontefice recitò l’Ave Maria ed impartì la benedizione apostolica.

Insigne latinista, dalla giovinezza e per tutta la vita studiò i classici latini ed amò comporre dei distici nella lingua antica in questione.

Federico GARGANO

L’ultimo.

Il papa marchigiano. L’ultimo papa-re. Il papa del pontificato più lungo, dopo quello del Principe degli Apostoli. Il papa dapprima liberale e filo-risorgimentale, poi reazionario, retrivo e graniticamente ostile alla frammassoneria. Il papa del dogma dell’Immacolata Concezione. Il papa del Concilio Ecumenico Vaticano I. Il papa del Sillabo contro i mali della modernità. Il papa dell’enciclica Quanta cura. Il pontefice dell’infallibilità papale. Il papa che, una volta sconfitto, sul piano politico, e spodestato dalla stessa massoneria (che lo privò della sovranità sullo Stato Pontificio e sulla capitale della Cristianità, Roma) si chiuse in Vaticano, dichiarandosi prigioniero. Il papa della “legge delle Guarentigie”. Il papa del non expedit, che vietò l’attività politica ai cattolici italiani fino ai tempi del conte Vincenzo Ottorino GENTILONI.

Ci fu un Pio IX nascosto e sconosciuto? Risulta certamente vero che Giovanni Maria MASTAI FERRETTI nacque a Senigallia il 13 maggio 1792 da una nobile famiglia. Terziario francescano, fu ordinato sacerdote nel 1819. Al seguito di monsignor Giovanni MUZI, partecipò ad una delicata (e fallimentare) missione diplomatica in Cile, voluta da Pio VII, tra il 1823 ed il 1825. Tornato a Roma, si impegnò nelle opere di carità, sotto l’alto patronato dei pontefici dell’epoca. A trentacinque anni fu eletto arcivescovo di Spoleto, dove, dopo il terremoto del 1832, si prodigò per la ricostruzione. Fu quindi vescovo di Imola, nella sanguigna Romagna, e nel 1840 gli fu imposta la berretta cardinalizia.

Al principio del conclave del 1846, fu scelto quale segretario del sacro consesso e, come tale, scrutinò le schede che, all’età di cinquantasei anni, lo elessero 255° vescovo di Roma e 163° (ed ultimo, suo malgrado) sovrano dello Stato Pontificio. Si narra che, al momento dell’avvenuta elezione, fosse svenuto. Assunse il nome di Pio, in omaggio a Pio VII, il quale, presso il Santuario della Beata Vergine Lauretana, aveva incoraggiato la sua vocazione sacerdotale.

L’Europa liberale celebrò la sua ascesa al soglio pontificio. Infatti, il Mastai Ferretti era ritenuto proprio un uomo liberale, per il riformismo che aveva contraddistinto la sua precedente azione episcopale. Non per nulla, come primo atto del ministero petrino, Pio IX concesse l’amnistia a centinaia di prigionieri politici e richiamò in patria molti condannati all’esilio.

Gli eventi precipitarono nel 1848, allorquando il velleitarismo dissacrante di Ciceruacchio e compagni gettò Roma nel caos. Pio IX abbandonò la città e si rifugiò a Gaeta, ospite di Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie. Nell’Urbe, gli insorti, fomentati dalla massoneria e da numerosi rivoluzionari di razza, proclamarono la Repubblica Romana, che fu affidata alle sagge menti reggenti dei triumviri Giuseppe MAZZINI, Aurelio SAFFI e Carlo ARMELLINI. Più tardi, nel 1849, le truppe francesi di Luigi Napoleone BONAPARTE (poi imperatore col nome di Napoleone III) restituirono la città ed il regno al legittimo sovrano, il papa-re, che tornò nel 1850, abbandonando la residenza quirinalizia per il Vaticano.

Pio IX, il papa-re, non perdonò l’onta dell’aggressione sacrilega subita. Molto probabilmente, invece, il buon sacerdote Giovanni Maria MASTAI FERRETTI lo fece. In cuor suo, il pontefice e sovrano provava pietà per quei rei, ma la sacralità politica, istituzionale e temporale del suo ruolo non poteva tollerare alcun attentato. La stessa cosa, ancora più gravemente, avvenne nel 1860-1861, quando i Savoia gli lasciarono solo il Lazio, e nel 1870-1871, quando i bersaglieri invasero Roma, passando per la breccia di Porta Pia, e la stessa città eterna fu proclamata capitale del Regno d’Italia, con re Vittorio Emanuele che si stabilì al Quirinale. Come già detto, il papa, ormai non più anche re, si disse prigioniero dello Stato italiano all’interno delle mura vaticane.

Il Pio IX nascosto si alzava alle sei del mattino, pregava per un’ora nella camera privata, celebrava la Santa Messa nella cappella personale e poi ne ascoltava un’altra in ringraziamento, leggendo il breviario. Dopo gli uffici religiosi del mattino, riceveva in udienza chiunque, per ore intere, quindi pranzava e, successivamente, lavorava alla sua scrivania, assistito dal segretario particolare. La sera, dopo la cena, era solito recitare una prece mariana, la “Corona di dodici stelle”; prima di coricarsi, riceveva il suo confessore. E fu così per quasi trentadue anni di pontificato, fino al 7 febbraio 1878, quando si spense, serenamente, alla veneranda età di quasi ottantasei anni. La salma fu tumulata in San Lorenzo e, anche in quell’occasione, durante il corteo funebre, la massoneria intervenne, organizzando una manifestazione di assalto, finalizzata a gettare le spoglie mortali del pontefice defunto nel Tevere. La Provvidenza volle che questo piano non riuscisse.

Amante della frugalità, benché di origini aristocratiche, disdegnava i lussi, tant’è vero che una volta rifiutò un trono d’oro intarsiato di gemme preziose, che gli era stato donato da un nutrito e facoltoso gruppo di pellegrini.

Fu beatificato da Giovanni Paolo II nel 2000 e, anche in quel caso, di nuovo, la massoneria del pensiero insorse, accusando il beato Pio IX di chissà quali crimini anti-risorgimentali.

Federico GARGANO

“Sic transit gloria mundi”. Il Papa bolognese ed illuminista.

Prospero LAMBERTINI (1675-1758) fu eletto papa nel 1740, al termine di un conclave lunghissimo ed estenuante che vide un’acerrima contrapposizione tra le due maggiori fazioni intestine del collegio cardinalizio, ovvero il partito franco-austriaco e quello spagnolo. Il Nostro, al momento dell’ascesa al soglio pontificio, era arcivescovo di Bologna. Era stato consacrato presbitero a quasi cinquant’anni, dopo una brillante carriera curiale, ed era salito sulla cattedra di San Petronio il 29 maggio del 1731. Proprio al servizio pastorale della diocesi bolognese si dimostrò illuminato e lungimirante: fu mecenate di umanisti e scienziati, promosse le arti e le scienze e fece sì che la seconda donna laureata al mondo, Laura BASSI, ottenesse la titolarità di un’importante cattedra all’Alma Mater Studiorum.

Orbene, il 17 agosto del 1740 divenne il 246° successore di Pietro, e come tale assunse il nome di Benedetto XIV, in omaggio a Benedetto XIII, che lo aveva eletto arcivescovo e creato cardinale. Ci vollero sei mesi di conclave perché si concedesse il primato petrino ad un cardinale equidistante dalle correnti, estraneo alle lotte interne tra eminenze reverendissime, casate dinastiche e scuole diplomatiche e dal percorso pregresso tanto curiale quanto pastorale.

Il pontificato del Lambertini fu uno dei più significativi e dirimenti della storia moderna. Si può dire, senza eccedere in retorica, che fu il Papa del Settecento. Dal 1740 al 1750 le sue decisioni magisteriali e governative furono improntate all’Illuminismo cattolico muratoriano e al realismo politico: abbandonò le rigidità di matrice tridentina, aprì ai Protestanti e agli atei e fondò la sua politica estera su di un atteggiamento concordatario, incarnato da uno dei suoi principali collaboratori diplomatici, il cardinale Silvio VALENTI GONZAGA.

Dopo il 1750, temendo che il mondo illuminista forzasse la mano e scandalizzato dagli eccessi anti-clericali commessi in tutta Europa (a partire dal Portogallo di Pombal), rinnovò la condanna della Massoneria e mise all’Indice tutti gli scritti degli autori illuministi.

Fu l’ideatore e l’iniziatore della pratica della Via Crucis al Colosseo, che consacrò quale sede del martirio di innumerevoli fedeli paleocristiani.

Si noti che, pur essendo stato eletto Vescovo di Roma, rimase titolare della cattedra episcopale di Bologna (Giambattista SCARSELLI fu suo vicario) fino al 1754, quando chiamò a succedergli Giuseppe MALVEZZI BONFIOLI. Quando nel 1914 un altro arcivescovo di Bologna fu eletto Sommo Pontefice, questi volle chiamarsi Benedetto, in onore di Papa Lambertini, che lo aveva preceduto a Bologna e a Roma: si tratta di Giacomo DELLA CHIESA, che fu Benedetto XV.

Rimasto, dunque, sempre legato alla città natale, Papa Lambertini donò tutta la sua biblioteca privata all’Università di Bologna.

Benedetto XIV morì il 3 maggio 1758, alla veneranda età di ottantatré anni. La tradizione narra che, al momento del trapasso, il Nostro abbia proferito le seguenti parole:

“Sic transit gloria mundi”.

Ovvero:

“Così passa la gloria del mondo”.

Previde, forse, che la sua azione innovatrice non sarebbe stata proseguita dai successori. In effetti, fu così, anche perché buona parte del clero a lui coevo non recepì il senso della sua opera.

Scrisse di lui Voltaire, col quale il Lambertini pontefice tenne un interessante carteggio:

“Lambertinus hic est Romae decus et pater orbis,/ qui mundum scriptis docuit, virtutibus ornat”.

Federico GARGANO