L’infoibamento e l’esodo giuliano-dalmata. Storia (misconosciuta) di un genocidio (nazionale?)

Dal 2005, il 10 febbraio di ogni anno ricorre la solennità civile del “Giorno del ricordo”, istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 per conservare e rinnovare “la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, dei fiumani e dei dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Una riflessione attenta sugli accadimenti intercorsi nei territori della Venezia Giulia e della Dalmazia fra il 1943 ed il 1947 induce ad indagare sulle cause storiche (specificamente, etniche e nazionali) che li determinarono. La Venezia Giulia è una regione storico-geografica che si estende tra le Alpi Giulie e il Mar Adriatico, dal Golfo di Trieste a Punta Promontore (estremità meridionale della penisola istriana) al Golfo di Fiume ed alle isole Quarnerine. La Dalmazia è una regione storico-geografica della costa orientale del Mar Adriatico, che si estende dalle Isole Quarnerine a nord-ovest, sino al fiume Boiana, odierno confine delle attuali realtà statali di Montenegro e Albania, a sud-est. Le due regioni sono state caratterizzate, per secoli, dalla presenza di diverse etnie: quella italiana (di derivazione dalmato-romanza e veneta) e quella slava (nelle articolazioni slovena, croata, serba, bosniaca e montenegrina). La “Primavera dei popoli” del 1848 vi destò inediti sentimenti nazionali, evolutisi, successivamente, in quei nazionalismi che funestarono l’area fino al secondo dopoguerra. Dopo la Grande Guerra e la “vittoria mutilata”, il 1919 fu l’anno della celeberrima “impresa fiumana” di dannunziana memoria, mentre nel 1924 si verificò l’annessione vera e propria al Regno d’Italia dello “Stato libero di Fiume”, nato con il Trattato di Rapallo del 1920 (che rappresentò la conclusione del processo risorgimentale italiano, con il congiungimento di Trieste, Gorizia e Pola allo stesso Regno d’Italia). L’occupazione della Dalmazia da parte delle potenze dell’Asse (dapprima l’Italia, poi anche la Germania) e il collaborazionismo ustascia mossero la resistenza dei partigiani titini, panslavisti e comunisti. Dal 1943 (dopo l’armistizio dell’8 settembre e, in maniera più grande e violenta, in seguito alla ritirata tedesca dalla Dalmazia e all’avanzata jugoslava fino a Trieste, tra il 1944 e il 1945) al 1947, come già detto, la popolazione italiana della Venezia Giulia (da Trieste all’Istria, passando per Gorizia) e della Dalmazia subì reiterati eccidi e massacri, perpetrati dagli stessi combattenti comandati dal Maresciallo Tito, i quali pretesero di vendicare le vittime dei  crimini di guerra compiuti in precedenza dagli occupanti italiani. In che modo? Attraverso nuovi crimini di guerra, questa volta ai danni di quasi diecimila civili italiani, inermi, torturati, affamati, assassinati ed “infoibati”, ovvero gettati nelle “foibe”, le cavità carsiche, di origine naturale, del suolo giuliano-dalmata, caratterizzate dalla presenza di un’imboccatura a strapiombo. Caddero uomini e donne, bambini ed anziani, i quali pagarono la colpa di essere di nazionalità italiana, e quindi, automaticamente, tutti fascisti, agli occhi dei partigiani comunisti titini. Il capitano Carlo DELL’ANTONIO, resistente cattolico, infoibato a Basovizza nel maggio del 1945, era stato un membro del Comitato di Liberazione Nazionale, però. Il sacerdote Francesco BONIFACIO fu ucciso “in odium fidei” l’11 settembre 1946 (è stato beatificato nel 2008). Dopo il trattato di pace con la Jugoslavia del 10 febbraio 1947 (per questo motivo si è scelto proprio il 10 febbraio quale giorno per la commemorazione annuale), trecentocinquantamila profughi Italiani abbandonarono la Venezia Giulia e la Dalmazia e si rifugiarono in Italia. L’esodo durò sino al 1954.

Qualcuno si ferma mai a pensare a questi eventi? Chi ricorda ed onora degnamente le vittime, senza mistificazioni di sorta? A cosa si deve tanta ignoranza diffusa rispetto a siffatta realtà storica? Sicuramente, buona parte delle responsabilità deve essere attribuita al silenzio ideologico, da una parte, ed alle rielaborazioni errate e strumentali, dall’altra.

Si trattò, nell’intento e nella pratica, di un genocidio. Molto probabilmente, come anticipato, gli Italiani furono uccisi od esiliati in quanto tali, nell’ambito di una vera e propria operazione di pulizia etnica. C’è ancora molto da capire e da scrivere, però.

Il caporedattore, Federico GARGANO

“(…) quanto magis vos minimae fide?”

Un altro potentissimo brano evangelico si staglia nel firmamento di questa VIII Domenica delle ferie del Tempo Ordinario. Trattasi di quella parte che, nell’ambito del più grande “discorso della Montagna” di Nostro Signore Gesù Cristo ai suoi discepoli, è incentrata sul binomio antitetico ed inconciliabile Dio-Mammona.

Orbene, chi e/o che cos’è Mammona? Nel Nuovo Testamento, Mammona personifica la ricchezza materiale accumulata con la bramosia, con l’avidità sfrenata, con la disonestà e con l’ingiustizia. Il termine evangelico in questione, presente nelle prime due traduzioni del Nuovo Testamento curate dalla Conferenza Episcopale Italiana (contestualmente alla terza e più recente versione italiana, Mammona è stata sostituita con ricchezza), ha un etimo molto incerto; comunque, nella lingua aramaica (parlata dal Cristo e dai suoi), mamon indica, più che altro, un tesoro celato, nascosto, interrato. In Matteo 6,24 (oggi proclamato nelle chiese) e in Luca 16,9-13, è riportata la dicitura greca (dato che i Vangeli sono stati redatti in lingua ellenica, anzi, ellenistica) Mamónas.

Il senso generale e profondissimo del passo biblico in analisi è intensificato e significato dall’apostrofe che Nostro Signore Gesù, il Maestro, rivolge ai suoi discepoli, a quelli del suo tempo e a quelli odierni. Infatti, noi tutti che leggiamo siamo definiti, perché Cristo sa che così è, “gente di poca fede”, ovvero fedeli deboli, insicuri, incerti, ignoranti, dubbiosi, inconsapevoli, accidiosi, tendenzialmente e praticamente increduli. La pedagogia divina esiste per educare e salvare noi, allievi presuntuosi e fedeli diffidenti.

La Vulgata di San Girolamo recita così:

“(…) Si autem faenum agri quod hodie est et cras in clibanum mittitur Deus sic vestit quanto magis vos minimae fide?”.

La traduzione della CEI corrispondente è la seguente:

“Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?”.

La prosecuzione e la conclusione della pagina evangelica proposta edificano il fedele contemplatore. La proposta del Signore Gesù (il Dio cristiano si propone, non si impone) si fonda sulla serenità, sull’accettazione, sulla rassegnazione (la “cristiana rassegnazione”), sulla fiducia, sull’accoglienza di Dio, sulla ricerca della giustizia che è di Dio e del Regno dei Cieli, e non dell’uomo e di questa Terra. I fedeli cristiani sono chiamati alla costruzione del Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Di seguito, le frasi conclusive summenzionate ed anticipate:

“(…) Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi, dunque, per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”.

Federico GARGANO

UN PASSATO SU CUI RIFLETTERE: MIDNIGHT IN PARIS

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Diciamolo, tutti noi almeno una volta nella nostra vita, abbiamo desiderato di vivere in un’altra epoca; chi in un decennio caratterizzato degli eccessi come quello degli anni ’80, chi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 (il sottoscritto) dove si veniva a sviluppare il genere musicale più incisivo del secolo (il rock, quello vero però ndr.), qualcuno addirittura risalirebbe volentieri fino al Sacro Romano Impero come il nostro caporedattore. Tramite la sua ennesima incarnazione interpretata da un fantastico Owen Wilson, Woody Allen ci porta direttamente nella “sua” epoca d’oro, gli anni ’20 di una nostalgica Parigi.

Il protagonista, impegnato nella scrittura del suo primo romanzo, si scontra con la durezza e la crudeltà dei giorni nostri, salvo trovare salvezza nella mezzanotte; infatti, allo scoccare della mezzanotte egli si ritrova catapultato nella Parigi capitale culturale mondiale, incontrando suoi miti come Hemingway, Picasso e Gertrude Stain. Conoscerà anche quello che sembra essere l’amore della sua vita che, invece, sogna di vivere nella belle epoque della fine del XIX secolo, dettaglio che segnerà la fine del loro breve ma intenso amore.

Si conferma la genialità del regista-sceneggiatore newyorchese che dagli anni ’70 in poi ha creato un suo stile cinematografico capace di toccare temi filosofici con una leggerezza unica. In un epoca in cui le arti se non morte sono sicuramente in via d’estinzione poiché svuotate del loro contenuto, Woody Allen cerca, a modo suo, di riconsegnarci una storia su cui vale la pena ragionare in quanto, nel bene o nel male, riguarda tutti noi. Sì, perché come affermato, raramente si trova qualcuno soddisfatto dal presente.

Siamo affascinati dal passato, quello che non abbiamo potuto provare sulla nostra pelle ma solo immaginare, quello di cui abbiamo letto e di cui abbiamo sentito parlare. Il presente è freddo, noioso e triste. Ma se così fosse, per quale motivo siamo arrivati a questo? Se il passato era pressoché perfetto cosa ha spinto l’uomo a cambiare così drasticamente? Probabilmente il fatto che anche il passato ha avuto un suo presente, un presente che mostra le medesime caratteristiche del nostro. Questo è ciò su cui il mai banale Woody ha riflettuto e ci ha voluto far riflettere.

Siamo sicuri che si stava meglio quando si stava peggio?

SIMONE DI MARCO

D’Annunzio nel cinema

Gabriele D’Annunzio è tradizionalmente conosciuto per il vivere inimitabile, eccentrico e fuori dagli schemi, per il numero sterminato di amanti e per le imprese folli di Buccari, Vienna e Fiume. Tra le tante cose fatte in vita dal Vate forse non tutti ricordano lo speciale contributo che diede allo sviluppo del primo cinema italiano. Oggi parleremo proprio di questo aspetto poco noto.

Siamo nel 1913. Il poeta pieno di debiti è costretto a riparare in Francia per sfuggire ai creditori. Ma ecco arrivare la svolta. In una lettera il giovane regista Giovanni Pastrone, nonché direttore della prima casa cinematografica italiana, L’Itala-Film, offre all’insolvente 50.000 lire d’oro per scrivere le didascalie e i nomi dei personaggi (si ricorda in particolare quello di Maciste che godrà di una straordinaria fortuna) di un film storico. La sua firma non esita ad arrivare. Così l’instancabile “viveur”  avrebbe potuto non solo mettere a posto la dissestata situazione finanziaria, ma anche promuovere la sua immagine. Pastrone lo usa come uomo di marketing ante-litteram, sfruttando la popolarità tra gli italiani. Per questo il nome di D’Annunzio fu l’unico a figurare sulla locandina.

Da questa collaborazione nel 1914 nascerà il primo kolossal a lungometraggio della storia del cinema: Cabiria. Esempio unico di cinema muto, opera d’avanguardia e punto di riferimento intramontabile per ogni cineasta, la pellicola tratta una vicenda nel contesto storico della seconda guerra punica e da un punto di vista tecnico mostra un affinamento nelle grandi scenografie e nelle riprese più fluide fatte con il carrello.

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Durante la lavorazione del film il poeta scrisse un saggio intitolato: “Del cinematografo considerato come strumento di liberazione e come arte di trasfigurazione”. In esso vengono fatte alcune riflessioni sulla neonata arte del cinema che aveva invaso insieme alla FIAT la Torino dei primi anni del novecento. Il poeta vede potenzialmente nella Settima arte “un’arte piacevole il cui elemento essenziale fosse il meraviglioso”. Il cinema non deve volgarizzarsi, ma attraverso la rievocazione del mito deve essere uno strumento di elevazione spirituale, un momento di fuga dalla realtà per lo spettatore.

A dispetto del saggio e dei copioni che scriverà in seguito, l’influsso del poeta pescarese sul grande schermo è però diverso. Le innovazioni da lui apportate si concentrano  nella sensualità, in atmosfere decadenti e rarefatte e in personaggi estetizzanti. Lancia l’immagine della femminilità promossa attraverso donne ammaliatrici, fascinose ed erotiche come Lyda Borelli e Eleonora Duse. Nascono le figure di attrici languide, magiche e astratte con il loro particolare stile di recitazione: in una parola nasce il divismo. È questo il vero contributo di D’Annunzio ad un’arte che stava lentamente imparando a conoscersi per mezzo di uno sperimentalismo tecnico ed espressivo.

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Di Paolo Garrubba

Trittico romano. Meditazioni

La sera del 18 febbraio 1564, Michelangelo BUONARROTI morì nella sua casa romana, alla veneranda età di quasi ottantanove anni (li avrebbe compiuti il 6 marzo successivo). Scultore, pittore, architetto e poeta, il Nostro fu un artista olistico.

L’opera michelangiolesca ha eternato il suo autore. Il Buonarroti vive e rivive anche nelle sue composizioni poetiche. Come ha scritto la rivista Storica di National Geographic, niente descrive meglio l’ispirazione di Michelangelo a creare che l’invidia positiva provata da lui per Dante. Lo si capisce leggendo, ad esempio, queste sue parole, pronunciate e vergate proprio a proposito di Dante:

“Fuss’io pur lui! c’a tal fortuna nato

per l’aspro esilio suo, con la virtute,

dare’ del mondo il più felice stato”.

Animato da una fede cristiana profondissima, all’epoca della contestazione luterana subì gli influssi poi detti “protestanti”: membro del circolo del riformatore Juan de Valdés, aderì all’Ecclesia Viterbiensis di Reginaldo POLO (nome italianizzato di Reginald POLE), che poi fu l’ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury.

L’allora cardinale Joseph RATZINGER, nel libro intitolato Trittico romano. Meditazioni (Libreria editrice vaticana, 2003), scrisse, a proposito del capolavoro dell’opera michelangiolesca, il celeberrimo Giudizio universale, che, nella Cappella Sistina, sovrasta ogni consesso conclavare:

“Principio e fine – probabilmente al Papa, che pellegrina verso l’interno e verso l’alto, il nesso esistente tra loro è apparso chiaro proprio nella Cappella Sistina, dove Michelangelo ci ha donato le immagini dell’inizio e della fine – la visione della creazione e l’imponente dipinto del giudizio finale.

La contemplazione del Giudizio universale, nell’epilogo della seconda tavola, è forse la parte del Trittico che commuove di più il lettore. Dagli occhi interiori del Papa emerge nuovamente il ricordo dei conclavi dell’agosto e dell’ottobre 1978. Poiché anch’io ero presente, so bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità. Il Papa parla ai cardinali del futuro conclave “dopo la mia morte” e dice che a loro parli la visione di Michelangelo. La parola Con-clave gli impone il pensiero delle chiavi, dell’eredità delle chiavi lasciate a Pietro. Porre queste chiavi nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni. Si ricordano così le parole di Gesù, il “guai” che ha rivolto ai dottori della legge: “avete tolto la chiave della scienza” (Luca, 11, 52). Non togliere la chiave, ma usarla per aprire affinché si possa entrare per la porta: a questo esorta Michelangelo”.

Federico GARGANO

 

 

 

 

 

Sì, sì; no, no.

Il Vangelo di questa VI Domenica dell’Anno Liturgico rappresenta la prosecuzione del precedente discorso di Nostro Signore Gesù Cristo ai discepoli.

La pedagogia divina è così chiara ed illuminante che si stenta a convincersi che qualche incredulo possa sostenere che nel Santo Vangelo non siano presenti norme e precetti tanto precisi.

Quante volte le orecchie e le menti cattoliche sono costrette ad ascoltare e a rielaborare, durante una discussione sulla precettistica e sulla pratica cristiane, frasi del tipo: “Non credo che nei Vangeli sia scritto ciò” o, in maniera ancor piu ostentatamente sicura, “nei Vangeli ciò non è scritto”. Ovviamente, trattasi sempre delle spontanee e stizzose reazioni alla radicalità del messaggio evangelico, alla Verità.

Basti leggere il brano evangelico odierno per non ripetere più tali parole. Nostro Signore Gesù Cristo afferma, con poche locuzioni fondamentali, l’essenza della Legge naturale, oggigiorno bistrattata e negata, e del Diritto positivo, ovvero dei Diritti di Dio. I metatemi assoluti sono: “Non uccidere” e “non commettere atti impuri”.

La lapidaria conclusione della pagina neotestamentaria in questione è la seguente:

“(…) Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 

Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”.

Si tragga beneficio dalla Sacra Scrittura.

Federico GARGANO

Martire

“Martire” vuol dire “testimone”, e don Francesco BONIFACIO fu un grande testimone, perché testimoniò, con l’estremo sacrificio della vita, la fede in Cristo.

Il curato esposto di Villa Gardossi patì il martirio l’11 settembre 1946, allorquando alcuni membri della sedicente Guardia “popolare”, costituita dai collaborazionisti titini, lo rapirono e lo massacrarono. Il corpo, mai ritrovato, fu gettato in una delle foibe presenti tra Grisignana e Pisino. Vittima dell’odio comunista, il sacerdote fu assassinato in odium fidei. La Chiesa Cattolica lo venera come beato dal 4 ottobre 2008. La memoria liturgica cade l’11 settembre di ogni anno.

Nella cripta del Santuario mariano di Monte Grisa, a Trieste, le iscrizioni di una lapide commemorativa, dettate da Monsignor Antonio SANTIN, che fu Vescovo di Trieste e Capodistria dal 1938 al 1981, recitano così:

“Presso questo altare che Pirano/ erige in onore del suo Patrono,/ arda come fiamma/ la memoria del suo giovane sacerdote/ Francesco BONIFACIO/ trucidato l’11 settembre 1946/ in odio a Dio e al suo sacerdozio santo.”

Il Beato Francesco BONIFACIO è il campione della fede triestina ed istriana, che volle resistere alla ferocia titina, comunistica e panslavistica. Risulta importante e necessario osservarne la memoria umana, storica, spirituale e liturgica, per prepararsi a celebrare, degnamente, la solennità civile nazionale del “Giorno del ricordo”, dedicata alle vittime dell’infoibamento ed all’esodo giuliano-dalmata dell’immediato secondo dopoguerra.

Il 10 febbraio è ormai prossimo. Si mediti e si agisca di conseguenza.

Federico GARGANO